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AVER CURA DELLA PAROLA


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pubblicato il 24 febbraio, 2018

Le mie passate frequentazioni con gli autori monastici del medioevo mi hanno lasciato il gusto della parola, pronunciata prima ancora che scritta. Maestro su tutti è San Bernardo, chiamato «doctor mellifluus», per la dolcezza dei suoi testi, in cui si riflette senz’altro lo stile del suo eloquio. Intendiamoci: coltivare il gusto della parola non significa assumere un tono mieloso fino ad un mistico sussurro o, al contrario, sferzare l’uditorio con esclamazioni ad effetto. A peggiorare tali mode concorre purtroppo anche l’uso smodato del microfono.

Il gusto della parola implica ben altro. Prima di tutto sa creare il silenzio dell’ascolto e perciò sostiene una vera attenzione e quindi anche l’essere presenti a ciò che si sta facendo. Tutto questo è particolarmente importante nelle nostre celebrazioni liturgiche, eppure spesso lo si trascura. Prevale la preoccupazione di spiegare, facendo un po’ come la mamma che metteva il formaggino Mio per rendere più appetitosa la solita minestra. Ed ecco quindi che occorre aggiungere monizioni, introduzioni, commenti, riflessioni… insomma un’alluvione di parole nostre, spesso un po’ improvvisate e piuttosto approssimative, perciò di peso più che di sollievo.

Ho aperti davanti a me il lezionario ed il messale e mi sembrano quasi degli spartiti musicali, che attendono di venire eseguiti. Il primo servizio sta proprio nel pronunciare e proclamare bene quelle parole, che la Chiesa ci presenta, perché risuonino nella mente e nel cuore di chi ascolta.

Natalino Bonazza


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