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pubblicato il 15 maggio, 2018

Quand’ero ragazzino mio padre mi diceva che facevo bene a stare con i più grandi, c’era tutto da imparare. In patronato facevo proprio così e da queste frequentazioni son nate amicizie che durano tuttora. Poi, quando prima del diaconato mi hanno mandato a studiare a Roma, ho fatto scelte analoghe: in Gregoriana ho cercato grandi maestri di teologia. Non tutti tipi simpatici – qualcuno era  un vero e proprio «osso» – eppure mi hanno insegnato ad affrontare e mai a schivare le sfide della fede.

Senz’altro l’esperienza più duratura e più ricca l’ho fatta nella realtà che mi ha aperto le braccia fin dal giorno dell’ordinazione: è il presbiterio veneziano, composto dai preti che vivono il loro ministero pastorale nella diocesi. Apparteniamo a generazioni diverse e ci siamo formati in stagioni altrettanto diverse, ma questo non ci ha impedito di formare un tessuto di comunione. Una sessantina di noi ha ricevuto l’imposizione delle mani dal Patriarca Marco Cè e molti di più sono quelli che hanno camminato con lui per lunghi anni nella cura pastorale. Abbiamo solo il rammarico di non averlo sempre ascoltato fino in fondo o di non aver atteso alle sue lungimiranti indicazioni. L’eredità di questo padre è viva e si esprime anche nel senso di unità che tiene insieme il nostro presbiterio. Se è vero che non si vive di rendita, è altrettanto vero che questo elemento della nostra tradizione pastorale merita maggiore stima e considerazione.

Natalino Bonazza

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