UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA


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pubblicato il 29 marzo, 2019

Sapete come si chiama il ministro dei trasporti cinese? Fur-Gon-Cin!

Con questa esecrabile battuta che mi costerà il saluto degli amici che faranno finta di non conoscermi, vi introduco nella… nuova via della seta.

Si, si, noi eredi di Marco Polo possiamo esultare per la firma del «memorandum» d’intesa stipulato in questi giorni fra il nostro Paese e la Cina: nuove rotte commerciali navali, nuove collaborazioni fra svariate aziende delle due nazioni che vanno dall’energia al cibo (più spaghetti di riso per tutti, evviva…) per concludere con pesanti investimenti del colosso asiatico nell’ambito finanziario.

Dai, ben fatto! O no? Difficile dare un giudizio unico e incontestabile e in effetti anche nel nostro governo c’è chi esalta l’operazione e chi esprime forti perplessità.

Ad essere sincero, credo anch’io che questa nuova alleanza abbia luci e ombre, ma che alla fin fine sia un buon punto di partenza soprattutto per noi italiani. Ho scritto «di partenza» perché credo sia fondamentale mettere dei paletti seri e non negoziabili all’operazione.

Prima però approfondiamo i pro e i contro dell’accordo. Il lato positivo: sicuramente sarà una boccata d’ossigeno per moltissime nostre aziende  poter esportare a condizioni favorevoli il Made in Italy. A questo aggiungiamo i protocolli d’intesa fra i produttori d’energia, per avere turbine a gas e agevolazioni siderurgiche. Ci sono anche accordi stretti fra gruppi bancari e quelli fra enti artistici per la valorizzazione del patrimonio italo-cinese nei rispettivi Stati.

I contro sono legati fondamentalmente all’equilibrio di questi accordi, al timore che ad un certo punto ci ritroveremo ad essere una «colonia» cinese, perché – ammettiamolo – di sicuro non abbiamo lo stesso peso economico-commerciale del (non per nulla) «colosso rosso». Senza contare la dubbia gestione del patrimonio umano in questo Paese asiatico, dove il costo del lavoro é irrisorio, i diritti degli operai continuamente calpestati, la concorrenza leale spazzata via e – dulcis in fundo – esiste il controllo totale delle identità informatiche degli abitanti e dei turisti.

Vista così la bilancia pende, e di molto, dal lato negativo. E allora perché fare l’accordo? La risposta sta proprio nella debolezza italiana in ambito… in qualsiasi ambito… e abbiamo (disperato) bisogno di far ripartire economia, consumi, voglia di impegnarsi che purtroppo si sono spente in questi anni e per farlo serve qualcuno che ci sostenga. La Cina è vicina quindi e ha scelto proprio noi, per stringere collaborazione e spero che il nostro governo sappia che non ci hanno scelti a caso. Quindi, come ha sottolineato giustamente il presidente Mattarella, l’accordo sia realmente bilaterale e con garanzie lavorative e di rispetto umano imprescindibili!

Viviamo nostro malgrado in un epoca di globalizzazione e non possiamo chiuderci in noi stessi ma neanche sacrificarci sull’altare dell’economia selvaggia.

Alessandro Seno






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