PAROLE COME PIETRE


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pubblicato il 05 aprile, 2019

La lapidazione è un modo di eseguire la pena di morte: il condannato viene ucciso a colpi di pietre lanciate contro di lui. Sono i testimoni a dare il via e poi si scatena la folla. Si tratta infatti di un atto di espiazione pubblica, dato che il crimine commesso è ritenuto dannoso per il vivere comune. Nell’antico Israele questa pratica era prevista per le più gravi trasgressioni. Gesù stesso fu provocato a dichiarare la propria presa di posizione, quando gli misero davanti una donna sorpresa in flagrante adulterio. Qualche tempo dopo lo stesso diacono Stefano, primo martire, veniva lapidato per la sua testimonianza di Cristo. Nel mondo attuale nessun ordinamento giuridico oggi ammette la lapidazione, se non alcuni paesi islamici dove si applica la Sharia o legge islamica.

Tuttavia oggi, nella nostra società civile e pure nella comunità ecclesiale, non manca la voglia di fare pubbliche esecuzioni. Certo, non arrivano all’uccisione e tuttavia feriscono e lasciano lividi. Sembra esserci meno crudeltà ed invece c’è solo più raffinatezza, quando alle pietre si sostituiscono parole: parole di offesa, di denigrazione, di insulto, di irrisione e di esclusione. La scena pubblica più in voga è quella dei media e dei social, dove tutto viene replicato e amplificato per esaltare la folla. Ammettiamolo, talvolta ci lasciamo trascinare anche noi in reazioni di rabbia, di condanna e di rifiuto, che alimentano la folla. Basta un commento, un clic, un condividi. Magari anonimo, spesso ipocrita, sempre irresponsabile.

Natalino Bonazza






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