Con gli occhi di Simeone e Anna


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pubblicato il 31 gennaio, 2020

La festa della Presentazione del Signore al Tempio celebra l’incontro luminoso tra Gesù e l’umanità che lo attende. Il Messia arriva infatti come luce per illuminare le genti, perché tutti coloro che camminano e vivono nelle tenebre possano finalmente vedere la terra luminosa che Dio ha preparato per loro.

In fondo al Tempio di Gerusalemme, i due anziani Simeone e Anna accolgono ogni giorno bambini diversi, per compiere il rito. Quando si presentano davanti a loro Maria e Giuseppe, però, essi vedono nel loro Bambino il Messia annunciato per secoli.

La frase pronunciata da Simeone è densa di significato: i miei occhi hanno visto. Gli occhi di questi due anziani hanno visto certamente tante cose; la vita è trascorsa in mezzo a travagli inaspettati e deboli speranze, talvolta spente dal senso di fatica e di solitudine. Lei, rimasta vedova molto giovane e lui che, per una vita intera, “aspetta la consolazione di Israele”, dopo averne condiviso il dolore e la desolazione.

Sono occhi che sarebbero potuti essere oscurati dalla sofferenza, dalla solitudine, dalla rassegnazione, dalla stanchezza della speranza; occhi che avrebbero potuto rivolgersi altrove, per trovare barlumi di felicità; occhi che si sarebbero potuti spegnere, limitandosi a vedere solo da vicino. Invece, Simeone e Anna sanno attendere per una vita intera e conservano così uno sguardo di speranza, cioè occhi capaci di vedere oltre.

La fede sta tutta qui: nell’avere occhi capaci di vedere oltre. Nel Tempio ci sono ogni giorno tante persone e dottori della Legge, che si avvicendano tra preghiere e liturgie. Eppure, solo Simeone e Anna hanno occhi che vedono, che sanno riconoscere il Signore. Possiamo sempre correre il rischio di comunità cristiane, solenni liturgie, preghiere e devozioni in cui non riusciamo a scorgere la presenza luminosa di Dio; possiamo avere occhi solo per le cose ovvie, accecati dall’abitudine e dall’indifferenza, oppure rivolti solo verso noi stessi e i nostri bisogni. E, invece, la fede cambia lo sguardo: ci dà occhi che sanno vigilare nell’attesa, che sanno ardere di desiderio, che non smettono di cercare e di sognare e, così, riescono a vedere anche oltre le nuvole e a scorgere l’infinito di Dio in ogni cosa.

E Dio viene ogni giorno nel Tempio della nostra vita e della nostra storia. Si fa prendere in braccio e ci chiede di avere gli occhi luminosi di Simeone, di Anna e dei profeti; viene come caduta degli idoli e delle maschere che indossiamo e come segno che contraddice l’apatia, la mediocrità e il potere del male. Viene per aprirci alla risurrezione.

Purché abbiamo occhi che sanno riconoscerlo nelle fessure del mondo.

 

Francesco Cosentino
(dall’Osservatore romano del 28 gennaio 2020)







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