UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA


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pubblicato il 31 gennaio, 2020

Ho iniziato a giocare a pallacanestro nel 1978 dopo aver visto una partita dell’allora Vidal Mestre al palazzetto di via Olimpia: lo strusciare delle scarpe sul parquet scuro, il rimbalzo del pallone palleggiato dai giocatori, il “frusciare” della retina dopo un canestro segnato, queste cose mi affascinarono e mi fecero scoprire un mondo fatto di tiri in sospensione, ginocchia basse in difesa e braccia alzate a contrastare l’avversario!

La mia passione poi esplose in maniera (quasi) maniacale quando, nel 1980, cominciarono ad arrivare dagli Stati Uniti notizie di un certo Earvin “Magic” Johnson, giocatore dei Los Angeles Lakers, che stava incantando tutti gli Usa con la sua capacità di palleggiare come un piccolo nonostante i suoi 206 centimetri di altezza.

Ho sempre amato questo sport e ancora oggi seguo soprattutto il basket americano – l’NBA – e cerco di guardare tutti gli incontri dei miei amati Lakers.

Questo ampio preambolo mi è servito per stemperare l’immensa tristezza che provo per la morte di un grandissimo cestista, Kobe Bryant, deceduto questa settimana per un incidente con il suo elicottero privato. Assieme a lui sono morte altre persone tra cui anche la figlia tredicenne che proprio l’ex asso di Los Angeles stava portando a un incontro di basket della squadra giovanile che lo stesso Kobe allenava.

Quando ho appreso la notizia ho pensato ad uno stupido scherzo oppure a quelle “fake-news” che ogni tanto fanno capolino in internet; invece è tutto tragicamente vero e un campione incredibile si è  spento all’età di 41 anni.

Per capire quanto Bryant fosse stato importante per il gioco del basket vi basti sapere che messaggi di cordoglio sono arrivati da Trump passando per Obama e arrivando a tutta la squadra del Milan Calcio. Facendo un paragone con altre discipline sportive è come se fosse scomparso Messi per il calcio o Bolt per l’atletica, personaggi di assoluto livello mondiale.

Qui in Italia poi Bryant era idolatrato avendo vissuto i suoi primi anni di vita in Emilia Romagna dove il papà giocava nella seria A; Kobe parlava ancora perfettamente la nostra lingua e veniva tutti gli anni a passare qualche giorno di vacanza qui da noi.

Nel 2014 ho avuto la grandissima gioia di assistere ad un suo incontro a Los Angeles, la squadra dove ha militato per la sua intera carriera professionistica, una bandiera del proprio team e dei tifosi.

Spero che in paradiso ci sia un campo da basket dove possa stracciare san Pietro!

Alessandro Seno






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