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pubblicato il 07 febbraio, 2020

Nella marea di notizie sul Coronavirus, reduplicate all’infinito, ecco una vera notizia. E’ la svolta di Stefano Gheller: un uomo di quarantasei anni, affetto fin dalla nascita da una grave forma di distrofia muscolare e dall’età di quattordici anni su una sedia a rotelle. Vive in una casa popolare a Cassola (VI), da solo con una badante. Due mesi fa aveva dichiarato pubblicamente che voleva andare in una clinica svizzera per il suicidio assistito, con tanto di plauso da parte di chi vedeva in quella scelta la forma più alta di libertà.

Alcuni giorni fa in una nuova intervista al «Corriere della sera» ha affermato: «Non lo avrei mai creduto ma tutte le testimonianze di affetto e vicinanza ricevute negli ultimi mesi mi hanno fatto capire che forse la mia vita merita di più, che forse anche io ho ancora il diritto di sognare. In tantissimi sono venuti a trovarmi, mi hanno accolto nelle loro case durante le feste. A me non piace chiedere aiuto alle persone, però nella mia vita non ho mai avuto nulla, allora chiedo a chi potrà e vorrà di aiutarmi a esaudire l’unico grandissimo sogno della mia vita – annuncia – aiutatemi ad andare a New York».

Che cosa è successo? Il suo è stato un grido di sofferenza, che molti stanno ascoltando, una vera provocazione che ha colpito al cuore. Anche il vescovo mons. Beniamino Pizziol gli ha fatto visita e ha aperto con Stefano un dialogo fraterno. Ora egli vuole «prima di morire, provare a vivere». E noi dobbiamo ringraziare lui e quanti vivono una condizione simile alla sua, perché esprimendo il bisogno di cura, affetto e amicizia ci aprono alla vita. Se li ascoltiamo possiamo guarire dal virus dell’indifferenza.

Natalino Bonazza






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