25 APRILE. PERCHÉ?


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pubblicato il 23 aprile, 2020

«Perché? Perché abbiamo patito tanta fame da giovani?».Queste sono le  parole che mia zia, sorella di mio padre, pronunciava ogni volta che io e il mio gemello andavamo a trovarla. Sì, mio padre, le sorelle e il fratello da giovani avevano patito la miseria, perché loro padre – nonno Giorgio, classe 1890 – socialista, per non aver voluto iscriversi al partito fascista. Era stato cacciato dall’Ospedale al Mare, dove lavorava come meccanico ortopedico, e veniva incarcerato ogni volta che in città arrivava qualche gerarca. Era rimasto isolato dalla società, dagli amici e da qualche parente.

«Perché, perché?». Ciò che segue mi è stato riferito dalla nonna materna. Suo padre – mio bisnonno – Lodovico chiamato Alvise, classe 1865, sul letto di morte borbottava, non riuscendo ancora a comprendere quanto aveva subito molti anni prima. Era successo che, trovandosi a percorrere Calle Widmann, una calle molto stretta e lunga a pochi passi da casa sua, aveva incrociato una manifestazione fascista capeggiata da un gerarca, pieno di medaglie al petto. Il reato del mio bisnonno, totalmente a digiuno di politica, fu di non mettersi sull’attenti e fare il saluto romano. Portato di peso in Campo Widmann, venne insultato e spintonato  dai solerti seguaci, finché l’eroe del giorno non gli fece una solenne ramanzina e gli rifilò un secco manrovescio, che lo gettò a terra. Da qui il trauma psicologico che gli rimase fino alla morte.

«Non è possibile… Perché, perché?». Sono parole vissute personalmente. Venivano pronunciate con la voce rotta dal pianto dalla mia professoressa di italiano mentre leggeva una lettera, che un mio compagno di classe aveva scritto. Questo quattordicenne ci spiegava che per lui il  25 aprile non poteva essere un giorno di festa, perché il padre partigiano era morto combattendo in montagna.

Tre episodi che danno un motivo profondo al 25 aprile. Non può essere un semplice giorno di festa (anche se nelle attuali circostanze c’è ben poco da stare allegri). Deve continuare ad essere per tutti espressione di un impegno: serve a ricordare che la democrazia, sia pure con i suoi limiti le sue molte problematiche e imperfezioni, non può assolutamente essere messa in discussione. Lo dobbiamo a persone come il papà del mio coetaneo e di molti altri eroi senza nome e forse anche non considerati, come il mio nonno, i quali non hanno voluto chinare il capo davanti all’arroganza e alla violenza, dimostrando che la dignità non si vende. Noi abbiamo il dovere di non dimenticare e di trasmettere a chi verrà dopo di noi i valori fondanti la nostra democrazia.

 

Luciano Spadari,
classe 1941







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