DISTANZIAMENTO SOCIALE


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pubblicato il 15 maggio, 2020

Ormai è da due mesi buoni che viviamo nel “distanziamento sociale”, ordinato dalle istituzioni per salvaguardare, pare, la nostra salute. Dico “pare” perché involontariamente (spero!) si è fatto un errore semantico, cioè di significato, della parola: il distanziamento deve essere fisico ma non dovrebbe diventare mai sociale.

Noi siamo esseri sociali perché viviamo all’interno di una società e abbiamo bisogno di relazioni. Non solo! Esiste un mondo di volontari, giovani in Servizio civile, professionisti dedicati a prendersi cura delle persone. E la tecnologia ci ha portati sempre più ad attaccarci ai “social media” che creano pur sempre contatti (non li definirei propriamente legami) di cui abbiamo avuto estremo bisogno in questo periodo per farci sentire meno soli e isolati.

Ma questa pandemia ci ha costretti tutti al distanziamento, che ricordo però essere soltanto un temporaneo allontanamento fisico e mai sarebbe dovuto diventare sociale. Ci sono centinaia di studi, nei vari campi del sapere, che confermano l’influenza positiva delle relazioni interpersonali, nella cura delle patologie, nel favorire l’accettazione dell’altro, nel vivere serenamente con il diverso.  L’inclusione sociale è diventata da tempo uno degli obiettivi da perseguire, per esempio, nel campo dell’istruzione scolastica e della formazione professionale.

Da più di due mesi stiamo sperimentando metodi per limitare la vicinanza fisica tra le persone solo al fine di ridurre il rischio di contagio. Quindi utilizzo di guanti e mascherine e una distanza di sicurezza da tenere a mente sempre, non solo con gli estranei ma anche, paradossalmente, con i propri cari. Contemporaneamente però, per sopperire a questa mancanza, abbiamo anche sperimentato (quando si dice “far di necessità virtù”!), oltre allo smart working, tutte quelle comunità social, che hanno riunito milioni di persone (gruppi e chat di studenti, colleghi, amici e parenti). In questo periodo, chi più e chi meno, ci siamo scoperti capaci di reagire positivamente alle disgrazie grazie al sostegno e alla collaborazione, seppur a debita distanza, delle persone.

Sopperire ma non colmare. Ecco che allora emerge la forte “nostalgia” di un abbraccio reale, fisico, caloroso, che accoglie e contiene. Eppure, non dimentichiamo che ancora troppe sono le persone escluse, emarginate, rifiutate. Troppo estesi i tagli a settori importantissimi come sanità e istruzione. Numerose le forme di ingiustizia e disuguaglianza, anche economica, nonostante nelle linee guida della Carta di Ottawa dell’Organizzazione mondiale della Sanità si affermi: «le condizioni e le risorse fondamentali per la salute sono la pace, l’abitazione, l’istruzione, il cibo, un reddito, un ecosistema stabile, le risorse sostenibili, la giustizia sociale e l’equità».

Il virus attacca tutti indistintamente, ma le conseguenze peggiori stanno ricadendo sulle persone più vulnerabili e tutti noi diventiamo più vulnerabili, nel momento in cui dimentichiamo di essere prima di tutto e sopra ogni cosa esseri sociali!

Monica Alviti






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