UNO SGUARDO SULLA SETTIMANA


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pubblicato il 29 maggio, 2020

Frutta di stagione +9,6%, verdura fresca + 6,9%, patate + 5,7%, pasta + 3,7%, uova + 3,2%.

Secondo un sondaggio dell’Unione Consumatori questi sono i primi cinque prodotti con il maggior aumento di prezzo su base annua.

In una rilevazione della Coldiretti troviamo, oltre a quelli esposti poc’anzi, anche altri beni alimentari quali il burro (+ 2,5%), lo zucchero (2,4%), il pesce surgelato (+ 4,6%) e via elencando.

Questi dati sono riportati dal più importante quotidiano economico italiano e cioè il Sole 24 Ore e sono significativi di come la pandemia abbia toccato tutte le categorie lavorative possibili.

Infatti questa ressa di rincari è dovuta a svariate cause e quella che incide maggiormente è il trasporto: nello scorso mese i camion hanno viaggiato con carichi ridotti a causa del blocco di parecchie attività produttive e quindi sono cresciuti fino al 30% gli extra-costi dovuti al mancato riempimento – in andata e ritorno – degli stessi furgoni.

Un altro fattore che ha contribuito all’innalzamento del prezzo di innumerevoli generi alimentari è dovuto poi al approvvigionamento selvaggio, che molte persone hanno scatenato per paura di restare senza cibo. da qui il costo in più soprattutto per quei cibi a lunga conservazione tipo le patate. A questo si aggiunga la mancanza di lavoratori per raccogliere le verdure nei campi e così il quadro è completo.

L’Antitrust ha però avviato un’indagine preistruttoria su alcuni prodotti, che hanno avuto un eccesso di produzione come il latte: non veniva completamente ritirato dai produttori ma poi noi consumatori l’abbiamo pagato circa il 4% in più.

Infine si aggiunga pure il prezzo, alle volte folle, di guanti, disinfettanti e detergenti.

Purtroppo anche in momenti difficili come quello che stiamo vivendo c’è sempre qualcuno che se ne approfitta, speculando su necessità comuni che si trasformano in facili guadagni per gente priva di scrupoli.

In questi giorni di timida apertura si è riscontrata pure la corsa all’aumento della tazzina di caffè, che non è un bene di prima necessità ma che per noi italiani rappresenta la tipica pausa di relax: a Firenze in alcuni locali si è pagato 1,70 euro e a Milano si è toccata l’iperbolica cifra di 2,00 euro.

I gestori si difendono dietro il bancone adducendo maggiori costi di gestione e soprattutto di igienizzazione di tazzine, cucchiaini e quant’altro.

Nonostante il salasso parecchi bar sono stati presi d’assalto non solo per la nera bevanda ma anche e soprattutto per spritz e aperitivi. La voglia di socializzare ha bisogno anche di questo!

Ne siamo sicuri…?

Alessandro Seno






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