ALIBI


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pubblicato il 26 giugno, 2020

Nel nostro vocabolario diversi termini in uso provengono tali e quali dal latino. Uno di questi è «alibi» che letteralmente significa «altrove». Ecco perché avere un alibi di ferro è fondamentale per un imputato o un indiziato: significa dimostrare che si trovava in un altro posto rispetto al luogo in cui è avvenuto il crimine.

Durante il cosiddetto tempo del post covid la capacità di costruirsi  alibi all’occorrenza  sembra considerevolmente cresciuta. Lo osservo sorridendo, mentre scorro le chat dei vari gruppi: tra i nostri ragazzi spunta d’incanto l’alibi della verifica del giorno dopo, della cena di famiglia o del compleanno del nonno. Ma anche noi adulti non siamo da meno, solo che li chiamiamo «impegni» di vario genere. Spero di sbagliarmi, ma ho l’impressione che gli alibi dell’ultima ora in larga parte non siano altro che giustificazioni posticce. Lo si intuisce fin da quando la risposta all’invito è siglata dall’ormai classico: «Ok, vedremo».

Proviamo a riflettere: ogni momento della nostra vita cristiana è contrassegnato dalla gratuità. Porta infatti l’impronta dell’eucaristia domenicale, che è davvero – per antonomasia – un tempo di grazia: lo puoi accogliere, perché è un dono, e non puoi certo comprarlo. Il donarsi di Gesù, che si attua nell’eucaristia, è la sorgente del nostro dedicarci agli altri e il criterio per comprendere il senso del nostro vivere insieme. E’ indispensabile ripartire ogni domenica da questa esperienza, prendendo sul serio l’annuncio: «Beati gli invitati alla cena del Signore».

Natalino Bonazza






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