ANSIA DA DIRETTIVE


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pubblicato il 10 luglio, 2020

Lo ammetto: andare a messa, di questi tempi, mi mette un pochino ansia. Arrivi e non sai per certo se entrerai o il conta persone all’ingresso deciderà la tua “esclusione” per via del numero di contenimento raggiunto. Se riesci ad entrare devi andarti a sedere proprio lì, nel posto indicato, dove non hai nessuno alla tua destra, alla tua sinistra ma nemmeno dietro e davanti; praticamente in isolamento. Devi igienizzarti le mani pur non dovendo stringerle a nessuno in segno di pace (che invece personalmente ritengo il momento più bello della celebraZione). Devi indossare la mascherina per tutta la durata della funzione (che con il caldo estivo è un supplizio). Poi devi aspettare al tuo posto l’arrivo del prete per ricevere la Comunione e aspettare la fine della messa per poter lasciare la tua offerta nelle ceste preposte in prossimità della porta (quella di uscita che non potrà essere la stessa dalla quale sei entrato) e finalmente toglierti la mascherina e riprendere a respirare regolarmente.

Mi sono chiesta perché tutto questo mi mettesse ansia. Di fatto, sono piccoli gesti necessari, non sono un enorme sacrificio, non costano nulla ma sono segno di rispetto per l’ambiente pubblico in cui ci trova e che si condivide, rispetto per gli altri, per se stessi e per la situazione particolare che stiamo vivendo. Certo ha modificato le nostre abitudini, direi quasi i pilastri della nostra tradizione e cultura, i gesti della nostra quotidianità ma del resto siamo esseri facilmente adattabili e ci siamo ben e presto adattati anche a questo.

Eppure a me continua a mettere ansia e alla fine ho capito perché! Per il contrasto che, dopo il Covid, porta in sé: la chiesa è un luogo aperto e di apertura ma è fatto anche di cristiani chiusi e “selezionanti”. Ci piace crogiolarci nella nostra limitata zona di confort e ci facciamo entrare solo chi vogliamo noi e quando lo vogliamo noi. Se si affolla troppo non va bene, se facciamo entrare chiunque nemmeno, se sostano più del tempo necessario guai; devono possibilmente entrarci scalzi o con le scarpe pulite, devono essere di poche pretese. Se sono simpatici, belli, intelligenti, europei, con una certa posizione sociale ok, antipatici, brutti, ignoranti, extracomunitari, disoccupati, poveri anche no. La chiesa è luogo di accoglienza ma è composto anche da persone che invece praticano, senza nemmeno accorgersene, l’esclusione. Decliniamo, seppur con educazione e gentilezza, un invito, una proposta, guardiamo con diffidenza un nuovo arrivato, non sempre ci preoccupiamo di metterlo a suo agio perché magari ci sentiamo noi a disagio ed impacciati in sua presenza. Sia mai rompa quel fragile equilibrio che lega me ai componenti di un dato gruppo. La chiesa è un luogo “pulito” ma è fatto anche di gente ipocrita e falsa che sfoggia la sua maschera migliore a seconda delle situazioni e delle persone che incontra. La chiesa va incontro all’altro, al prossimo ma è fatta di tanti individui isolati che aspettano sia l’altro ad avvicinarsi semmai ma non si schiodano dal loro posto sicuro. Proprio perché è aperta e accogliente, non ha importanza che la chiesa abbia porte d’ingresso e porte d’uscita perché una volta dentro ci dovremmo sentire “dentro” a vita eppure una volta fuori capita ci dimentichiamo di quello che abbiamo ascoltato e condiviso dentro. E quello che abbiamo ascoltato e condiviso dentro dovremmo riuscire a portarlo fuori, tra gli altri, con gli altri. E il contrasto più grande è che siamo sempre stati così anche prima dell’arrivo del Covid e non è bastata nemmeno una pandemia per modificare il nostro vivere se non per adattarci, quasi come degli automi, a semplici regole imposte nei luoghi pubblici, chiesa compresa.

Monica Alviti






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