RITORNO A SCUOLA, RITORNO A VIVERE


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pubblicato il 04 settembre, 2020

“Maestra, lo so che siamo in vacanza ma posso videochiamarti se mi prende la tristezza? Tu dici che c’è sempre un motivo per ridere e che lo dobbiamo cercare…allora se ti vedo e mi passa tutto…”

Ho letto questa richiesta nel web e mi ha profondamente commosso. In poche, dirette e sincere parole si nasconde, nel bene e nel male, tutto quello che il Covid ci ha lasciato in eredità, visto dalla prospettiva di un bambino. Un bambino come tanti, che come tanti ha perso la scuola ma anche il parco, lo sport e gli amici. Che improvvisamente non sapeva se e quando tutto sarebbe tornato alla normalità, bombardato di informazioni da fonti diverse: mascherina sì come un supereroe per sconfiggere un cattivo che minaccia la Terra, mascherina no per ribellarsi al complottismo; possibile perdita dei nonni se si ammalano e non poterli vedere nemmeno per l’ultimo saluto; l’isolamento e le responsabilità sociali per tutelare gli altri e tutelarsi…chissà quanti strani pensieri e fantasie hanno riempito la noia e la solitudine di quei mesi!

Ora però è arrivato settembre, il mese dei grandi propositi e dei nuovi inizi. Finalmente, dopo tanto, si torna a scuola e credo che quest’anno davvero si possa dire con certezza “finalmente”, non solo per la gioia dei genitori ma anche dei bambini che non vedono l’ora di rivedere le loro maestre e i loro compagni. Conosco alcune mamme preoccupate del possibile trauma derivante da un ritorno non a misura di bambino: dovranno indossare la mascherina, stare a distanza, mangiare ognuno sul suo banco, poco movimento e pochi spostamenti. Chissà come reagiranno, se ce la faranno, se accetteranno, se saranno sereni…tanti se, dubbi e paure che forse dimostrano più i grandi dei piccini. Loro hanno una capacità di risposta positiva ai traumi (la famosa resilienza) migliore degli adulti. Perché “imparanoiarli” trasmettendo loro quelle che sono le nostre paure e non le loro? Leggevo in un articolo (e concordo pienamente) che i bambini ora non hanno bisogno di essere curati, non dobbiamo curarli ma prenderci cura di loro (che è diverso) stimolando le loro abilità, rioffrendo loro ottimismo e positività anche se con un approccio realistico agli eventi del coronavirus. La frase pronunciata da quel bambino la dice lunga sul bisogno di relazione ma ci mostra anche l’acutezza della maestra che trova nell’ironia un antidoto perché passi la tristezza.

E’ giunto quindi il tempo di riaprire i battenti, di riaprire le porte di casa per dare la possibilità a questi bambini di tornare appunto bambini e non solo figli, di lasciare che intreccino serenamente le loro relazioni sebbene educati a nuove regole, di tornare a scuola, di tornare a vivere.

Monica Alviti






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