SE L’ETICA STA NEL FAI-DA-TE


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pubblicato il 23 ottobre, 2020

UNA NORMA IRRESPONSABILE

La settimana scorsa si è parlato di EllaOne. La parola suona come qualcosa di allegro, spensierato e gioioso, invece è il nome della pillola dei 5 giorni, quella pillola che “salva” ragazze e, ahimè, adolescenti che non hanno avuto rapporti sessuali protetti. Quindi di allegro, spensierato e gioioso non ha proprio niente. Anzi! Per quanto “salvifico” (e a salvare cosa e da cosa poi?) è pur sempre un farmaco e con i farmaci non si scherza e non si abusa. E solitamente, se per un farmaco particolare (e EllaOne lo è molto!) serve la prescrizione medica. L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha invece stabilito recentemente che non ci sarà più obbligo di prescrizione, non solo per le giovani adulte ma anche per le adolescenti.

Ora, tralasciando la questione etica e morale che l’argomento suscita, mi preme, anche per il lavoro che svolgo, spendere due parole sul risvolto psicologico che probabilmente ai più non interessa e fa passare in secondo piano. Ammesso che le ragazzine di oggi sono molto più sveglie di quanto lo fossi io un tempo, ammesso che sono molto più informate di quanto lo fossi io allora, ammesso che, oggi come oggi va molto più di moda un rapporto madre-figlia come fosse amica-amica più che di madre-figlia appunto, come era tra me e mia madre (che di amiche ne avevo e non me ne servivano altre mentre di madre ne ho una sola e mi basta), io vorrei si potesse ammettere anche che una ragazzina non dovrebbe trovarsi da sola nel momento in cui si sente in pericolo.

Immagino la scena: ha avuto un rapporto sessuale che per motivi x non si è rivelato protetto, se le va bene riesce a parlarne con le amiche o con il morosetto (tutti comunque più o meno coetanei), teme di restare incinta, non sa come dirlo ai suoi genitori, non è pronta a mettere da parte il divertimento spensierato per dare spazio al peso delle responsabilità, teme di essere malgiudicata e magari pure punita, ha letto da qualche parte che esiste una pillola miracolosa che le evita ansie e preoccupazioni, le hanno detto che può chiedere aiuto a persone competenti (ma perfettamente sconosciute) e dopo cinque giorni di tribolazione, finalmente si decide.  E queste persone, competenti ma perfettamente sconosciute che fanno? Pur trovando per lei una pratica e veloce soluzione, la isolano nella sua preoccupazione e nella gestione del fatto, evitando di coinvolgere i genitori. Ripeto, qui non parliamo di donne adulte ma di adolescenti. A questo punto mi chiedo che ruolo e che valore possa avere la famiglia, intesa come punto di ancoraggio, porto sicuro, chiaro riferimento, luogo di confronto. Anche in questo contesto, letteralmente spazzato via!

Il direttore di AIFA dichiara: “è, a mio avviso, anche uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazzine”. Mi piacerebbe capire a che momenti critici si riferisce e controbattere che proprio perché spesso sono solo a carico delle ragazzine bisognerebbe prevedere un maggior coinvolgimento, magari pensato e strutturato adeguatamente, delle famiglie. E aggiunge: “a svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”. Non entro in merito alla salute fisica ma siamo sicuri sia una tutela della salute psicologica? Se restiamo sul fatto che la gravidanza in età adolescenziale comporta delle scelte/rinunce importanti da fare, posso essere d’accordo. Ma se la soluzione comporta una totale deresponsabilizzazione sia del soggetto in causa che della sua famiglia, a mio avviso, non si è trovata affatto la soluzione migliore.

Monica Alviti






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