SORELLA MORTE


« Preparazione al matrimonio Se l'etica sta nel fai-da-te »

pubblicato il 23 ottobre, 2020

Da qualche settimana a questa parte il numero dei decessi in parrocchia – e di conseguenza dei funerali – è aumentato, stabilizzandosi ad una media di tre ogni settimana. Intendiamoci, qui il Covid-19 non c’entra nulla.

La cura pastorale mi mette a contatto con i familiari, che incontro per un colloquio. Più di qualche volta mi son sentito dire: «Eravamo preparati sì, ma quando viene il momento non si è mai pronti». E’ vero, nell’ora della morte di un nostro caro non bastano le spiegazioni cliniche. Per sostenere il distacco ci vuole ben altro: l’affetto di chi si fa vicino, la luce della fede, il tempo occorrente per dare l’addio a chi è salpato all’altra riva. Ci vuole il volto di una comunità, che sa guardare al Cristo risorto mentre si volge ai fratelli nel dolore. Una comunità poi sa custodire e trasmettere quei segni e quello stile, che proprio di fronte alla morte educano al senso della vita e della dignità umana.

Quante contraddizioni ci portiamo dietro nel rapporto con i nostri figli! Ora siamo per la netta rimozione della morte (anche dal linguaggio), ora per la spettacolarizzazione (li guardate alcuni videogiochi?), ora per l’andar dietro alla moda festaiola (che c’è da divertirsi ad Halloween in tempo di pandemia, non capisco), ora per l’esclusione secca dalle esequie. Ed invece portateli con voi i vostri figli, quando andate al cimitero. Portateli a visitare i vostri cari defunti, che dormono in attesa del giorno della risurrezione. Anche lì si impara la vita, proprio perché si impara a non banalizzare la morte.

Natalino Bonazza






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