Tre doni da chiedere alla Madonna della Salute


« «semo impestai» Uno sguardo sulla settimana »

pubblicato il 13 novembre, 2020

Io chiedo alla Madonna della Salute tre doni per la nostra Chiesa.

Il primo: il dono supremo di mettere Cristo e lui crocifisso al di sopra di tutti I discorsi, i progetti, le speranze per il futuro della Chiesa e del mondo. Gesù al centro di tutto, come sorgente di tutto e fondamento di tutto; Gesù come principio, come fine, come compito, come missione. Io mi auguro che in noi credenti e nella Chiesa la gente intraveda il volto di Gesù: il volto dell’umile e mite servitore del Padre, da lui mandato a salvarci; di colui che, a Cana, fa festa all’uomo, perché «l’uomo vivente è la gloria di Dio».

Poi imploro un secondo dono: la Salute è una grande festa dell’accoglienza e della solidarietà. Anche l’architettura del tempio è come un grande abbraccio per chiunque venga. Anche le nozze di Cana lo sono state. Gesù è la rivelazione dell’accoglienza sconfinata di Dio: sconfinata perché senza preclusioni che non siano il nostro rifiuto… E Dio bussa anche alla porta del rifiuto: «Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (cfr. Ap 3,20).

L’accoglienza ci qualifica come figli di Dio e come cristiani. Essa ovviamente, sul piano civile, non deve essere selvaggia, disordinata, o fuori d’un quadro legislativo: richiede certamente un rispetto dei diritti e l’assolvimento dei doveri; scongiura però l’egoismo che pensa solo a se stesso e talora ironizza sulla solidarietà. Dobbiamo tutti impegnarci per far lievitare una buona cultura.

E poi un terzo dono io chiedo al Signore: è la carità. Parlando di carità penso cioè a quella carità che è Dio ed è stata oggettivamente infusa nei nostri cuori mediante la presenza dello Spirito Santo, che quindi è partecipazione alla vita stessa della Trinità. Tale carità cambia la nostra esistenza personale e comunitaria e ne fa una rivelazione dell’amore divino

Tale è la festa della Salute: essa in qualche modo svela l’immagine della Chiesa che il Signore ci chiede di essere una Chiesa che sia «mistero di Cristo», mite e serva, la cui legge normativa è quella del lievito e del chicco di grano: il lievito «dentro» la pasta per fare il pane buono, il chicco di grano che porta frutto solo se muore nel terreno. E il frutto sarà una cultura nuova, una profezia della «civiltà dell’amore», secondo la visione di Isaia: una novità nella quale tutti possano riconoscersi, perché è l’immagine di Dio stampata nel cuore di ogni uomo e di ogni donna, nel giorno della creazione.

 

Card. patriarca Marco Cé
(dall’omelia della festa 1995)







Archivio