A BRACCIA APERTE


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pubblicato il 25 dicembre, 2020

Nella Bibbia il libro di Qoèlet sembra scritto per questo nostro tempo, sospeso tra precarietà e lotta, tra speranza e limite, tra solitudine e solidarietà e ultimamente tra fiducia nella vita e paura della morte. Al capitolo 3 si legge un passo, introdotto dalle seguenti parole: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo» (1). Un versetto dopo l’altro si elenca, a coppie di contrari, una serie di azioni: piantare e sradicare, uccidere e curare, demolire e costruire… ed infine: «un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci» (5). Vale proprio per questo Natale!

Oggi il saluto si riduce ad un cenno del capo. Ci vien voglia di stringerci la mano ed invece dobbiamo trattenerci. Ma soprattutto non possiamo dare e ricevere un abbraccio. Questo gesto manca specialmente ai bambini, ai nonni, alle persone sole, nel lutto e nella fatica del distacco. E’ una privazione, resa oggi necessaria, che ci condiziona non poco.

Mi fermo a guardare il presepe e fisso il Gesù bambino. Nell’epoca antica delle icone lo hanno raffigurato avvolto in fasce e ne vedevi solo il visino. Poi i geni della pittura rinascimentale e barocca ne hanno tratteggiato il corpicino luminosissimo che irraggia di colori scene grandiose. La statuina del presepe è invece molto più semplice: Il Bambino di Betlemme, posto nella mangiatoia, è rivolto verso di noi, a braccia aperte. Come ogni bambino, desidera essere preso in braccio. Ma il suo gesto indica qualcosa di sorprendente e ben più grande: sulla croce Egli distende l’abbraccio che libera il mondo.

Natalino Bonazza






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